La chiamarono Iside

Non fu facile accettare quel nome per mia nonna Linda, si perché suo marito Carlo la loro terza figlia la volle chiamare Iside come la divinità egizia. Mia nonna era una donna devota e recitava il Rosario tutti i giorni, lui no, il nonno era massone e lo era quando la massoneria fu dichiarata illegale sotto la dittatura fascista. Chissà quanto costò a mia nonna darle quel nome, eppure volle accontentare il marito.

Così fu che mia madre si portò con sé quel nome inusuale, ma non estraneo alla città di Napoli dove per lunghi anni nell’antichità ci fu il culto di Iside, ma non credo che lei lo sapesse.

La vita di mia madre non fu facile, più volte fu messa alla prova. Suo padre Carlo morì che era ancora bambina e sua mamma Linda dovette crescere 5 figli e non fu facile.

Mia madre mi disse, sussurrandomelo perché non si doveva sapere, che il fratello Roberto il più piccolo poté studiare grazie agli aiuti che i fratelli massoni diedero alla sua famiglia. Lei pure studiò all’istituto tecnico commerciale Serra, poi, quando la guerra finì, lei a 17 anni andò a lavorare con gli americani negli uffici postali che avevano messo su nella mostra d’Oltremare per smistare la corrispondenza delle truppe con la madrepatria.

Imparò l’inglese, lo capiva e lo parlava così che quando io lo studiai a scuola lei mi correggeva e se io le chiedevo perché si diceva così, quale era la regola, lei mi rispondeva: no questo non me lo chiedere perché non lo so, ma si dice così.

In quegli uffici conobbe Marisa la sorella di mio padre…. E così I miei genitori si conobbero. Lei aveva 17 anni, mio padre 24 e già lavorava come bigliettaio nella ferrovia Cumana. Mia madre lavorò anche presso una azienda di trasporti merci che aveva sede a piazza Amedeo. Il sabato era festa e fu così che un sabato suo fratello che aveva dimenticato le chiavi di casa andò da lei e non la trovò, si perché di nascosto si incontrava con mio papà. Per tutta la giornata non la trovarono, lei impaurita per le conseguenze di quella scoperta era fuggita. Alla fine la ritrovarono nascosta in uno dei tanti meandri dello storico palazzo Tocco di Montemiletto alla Cesarea dove abitavano.

Fu così che tutti in famiglia vennero a sapere che mia madre aveva un fidanzato. Non c’era altro da fare, mio padre ora doveva presentarsi al cospetto di mia nonna Linda, donna di sani e ferrei principi. Non passarono molti anni e i due si sposarono.

Io nacqui l’anno dopo, era il 1954. Non fu un parto semplice, mia madre ebbe una tromboflebite doppia. Stava per morire e anche io non me la passai bene. In tutta fretta mi battezzarono imponendomi il nome di Mario, come mio nonno paterno, ma mia madre, che si era affidata alla Madonna del Rosario, volle che il mio onomastico fosse festeggiato il 7 ottobre.

Da allora mia madre visse con le gambe, le sue bellissime gambe, afflitte da ulcere perché la circolazione del sangue non fu più la stessa. Lei che amava il mare, il sole, arrampicarsi e tuffarsi dovette rinunciare a tutto questo. Altre controversie avrebbero afflitto la sua vita. Si perché 18 anni dopo le nozze mio padre morì colpito da un violento ictus celebrale. Lei che allora aveva 42 anni rimase vedova. Da allora la vidi vestita di nero, sfiorire in silenzio, con gli occhi tristi eppure non volle mai riversare su di me, suo unico figlio, le sue ansie di madre e l’amore che in questi casi spesso diviene egoistico possesso. Lei seppe controllarlo e lasciarmi libero, straordinariamente libero per quei tempi ricordo una sera piangere di nascosto perché la avevano criticata per questo. Non curandosi delle critiche che molti le facevano lasciò che io crescessi senza darmi quei vizi che spesso accompagnano la vita dei figli unici come me.

Mia mamma era una donna intelligente ed elegante, di una eleganza innata, amava essere sempre in ordine, non ricordo mai di averla vista trasandata, la sua sensibilità non aveva bisogno di parole, capiva, quando eri triste o preoccupato, di cosa avessi bisogno e lei era lì, metteva ogni sua cosa da parte e ti faceva sentire la sua vicinanza, non credo abbia mai disprezzato nessuno perché riusciva a vedere il buono che c’era in ogni persona.

Un giorno poi venne dalla Francia un suo cugino, anche lui vedovo, ho sempre sospettato che fosse venuto per incontrare quella cugina di cui doveva ricordare la bellezza ma non posso dire che sia andata così, so però che sul viso di mia madre tornò il sorriso. Quando una mattina, con un certo imbarazzo mi sussurrò che doveva parlarmi io sorridendo le dissi che sapevo già in cuor mio che lei si era innamorata di quel mio zio francese. Certo non mi faceva piacere che lei andasse a vivere in Francia con lui, avrei preferito rimanesse a Napoli, ma ero felice di vederla felice. Fu così che per anni io andavo da lei a Nimes e lei tornava a Napoli da me, e così lei imparò anche a parlare francese.

Tuttavia le difficoltà non si fecero attendere: prima i suoi polmoni si ammalarono e si dovette ricoverare in un sanatoria nelle Cevenne , poi un linfoma la costrinse a dure cure ( accadde a Napoli e io potetti almeno starle vicino) … Sofferenze dopo sofferenze, eppure non si lasciò andare e continuò a vivere tra l’Italia e la Francia.

Proprio quando decise che sarebbe tornata per sempre a Napoli dove avrebbe voluto vivere i suoi ultimi anni a 75 anni, mentre era andata per l’ultima volta a Nimes si ammalò di una polmonite violenta, io feci in tempo ad andare da lei.

Era ricoverata in terapia intensiva e anche lì riusciva a tenere il suo viso sereno e i suoi capelli in ordine, ma la notte tra il 26 e 27 febbraio del 2004 morì. Io ero accanto a lei.

Lei era nata il 19 gennaio del 1929, il giorno in cui il calendario ricorda San Mario e così quando tutti quelli che non sanno che io festeggio il mio onomastico il 7 ottobre mi fanno gli auguri io li giro a lei. Sono fiero di mia madre e penso che Iside sia stata una grande donna e una splendida madre.

Mario Bianchi Written by:

Nato il secolo scorso. Ama andare in giro fra libri e piccoli borghi. Monogamo da sempre, sta bene in famiglia e con gli amici, in loro compagnia ama bere del buon vino e fumare tabacco.

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